Autore: Maria

  • Il prezzo dell’abitudine.

    Il prezzo dell’abitudine.

    Quando smettiamo di ascoltarci senza accorgercene.

    La forza dell’abitudine può essere una grande alleata. Ci aiuta a portare avanti gli impegni che abbiamo preso e a prendere confidenza con situazioni nuove che, poco alla volta, diventano parte della nostra quotidianità.

    Ma, proprio perché è così potente, può avere anche un prezzo.

    Può portarci a sopportare situazioni che non ci fanno bene e, lentamente, metter a tacere ciò che sentiamo. Fino a non riconoscere più cosa ci fa stare bene e cosa ci fa stare male, cosa desideriamo davvero, cosa riteniamo giusto, cosa vorremmo dire o fare, cosa ci piace.

    Tutto questo rimane compresso, spesso inconsapevole, dentro di noi, mentre all’esterno sembra che vada tutto bene.

    E poi, un giorno, qualcosa si affaccia. Un’inquietudine, un malessere, un vuoto. Qualcosa che facciamo fatica perfino a nominare, perché per troppo tempo non gli abbiamo dato ascolto.

    Ci abituiamo a dire sì quando vorremmo dire no.
    Ci abituiamo a trattenere una parola per evitare un conflitto.
    Ci abituiamo a mettere i nostri bisogni dopo quelli degli altri.
    Ci abituiamo a una vita che, giorno dopo giorno, diventa normale anche quando non ci somiglia più.

    Vivere in un equilibrio perfetto è impossibile. Possiamo però coltivare un’abitudine che ci aiuti a non perderci: fermarci, ascoltarci, dare un nome a ciò che proviamo, riconoscere come stiamo, e chiederci se la vita che stiamo vivendo ci rispecchi ancora.

    Anche questo è un allenamento.

    Un’abitudine che ci permette di vivere con maggiore coerenza verso noi stessi, con più consapevolezza, dando valore e dignità alla nostra vita anche nelle situazioni che non possiamo cambiare, perché possiamo sempre scegliere il modo in cui ci prendiamo cura di noi mentre le attraversiamo.

  • Oltre i vecchi schemi

    Oltre i vecchi schemi

    Riflessioni su consapevolezza e cambiamento

    Negli ultimi anni, pratiche come il coaching, la meditazione e la Mindfulness mi hanno dato strumenti preziosi e nuove consapevolezze. Mi hanno aiutata a osservare la vita da un altro punto di vista.

    Non sempre riesco a tradurre queste sensazioni in parole. Spesso sembrano troppo strette per raccontare ciò che sento.

    Eppure, le parole, restano il nostro unico ponte per farci comprendere, almeno un po’, dagli altri.

    So che ciò che esprimo non sarà mai interpretato esattamente come lo intendo, e va bene così: l’esperienza interiore è spesso più veloce e più ampia del linguaggio.

    Le parole arrivano dopo, e a volte restano strette.

    Ognuno poi ha il suo filtro attraverso il quale interpreta ciò che vede e ascolta.


    Quando le vecchie strategie non bastano più

    Per tanto tempo queste pratiche mi hanno sostenuta, e lo fanno ancora. Mi hanno permesso di rispondere agli eventi in maniera più consapevole, di comprendere cosa fosse importante e prioritario per me ed agire in quella direzione.

    Ma a un certo punto ho sentito che non era più sufficiente.

    È come se qualcosa che fino a quel momento mi aveva sorretta stesse iniziando a sgretolarsi sotto il peso di un’energia nuova.

    I vecchi meccanismi, le reazioni automatiche, le parti di me che avevo imparato a gestire, stavano reclamando il diritto di riemergere.

    Come se il vecchio e il nuovo stessero entrando in collisione dentro di me.


    Il corpo parla

    Sento un muro dentro di me.

    Mi protegge, ma allo stesso tempo trattiene tutto: spontaneità, emozioni, parole.

    Provo a respirare e sento la confusione, pesante e in movimento nel corpo, un’energia compressa che preme dal cuore fino alla gola.

    A volte il cuore sembra voler esplodere, come se volesse farmi uscire da questa gabbia invisibile.

    È la differenza tra comprendere, fare e essere:

    • Capire è cognitivo.
    • Fare è comportamentale.
    • Essere è identitario.

    Ciò che fino a ieri mi ha definita e fatto funzionare non mi calza più. Non perché fosse sbagliato, ma perché non è più adatto.


    Il passo verso l’autenticità

    Eppure, proprio in questo tumulto, sento emergere qualcosa di più profondo. La possibilità di sentire senza filtri, di esistere senza maschere.
    Non è facile, non è immediato.
    Ma riconoscere la collisione, ascoltare il corpo, accogliere ciò che sale… è già il primo passo verso l’essere autentici.

  • Il permesso di andare avanti

    Il permesso di andare avanti

    Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo fermi.
    Non perché non sappiamo cosa fare, ma perché aspettiamo un segnale, un permesso, qualcuno che ci dica che siamo pronti.

    Aspettiamo una conferma dall’esterno mentre, dentro, qualcosa spinge per andare avanti.
    Questa storia parla proprio di quel punto sottile e spesso invisibile in cui restiamo bloccati: tra il desiderio di crescere e la paura di non essere abbastanza.


    La storia

    Un allievo si presentò davanti al suo maestro.
    Il maestro lo guardò e gli chiese:

    — Cosa ti blocca?

    — Non lo so — rispose l’allievo.

    — Cosa ti serve sapere?

    — Se posso andare avanti oppure no.

    Il maestro disse semplicemente:

    — Muoviti.

    L’allievo rimase fermo. Aspettava una risposta più chiara, un’indicazione, un consiglio. Non fece nulla.

    — Cosa fai ancora qui? Vai, vai — insistette il maestro.

    Confuso, l’allievo non si mosse. Si aspettava di essere rimandato indietro con delle istruzioni precise o, almeno, di ricevere un incoraggiamento. Rimase lì, in silenzio.

    Dopo un po’, quasi spazientito, il maestro disse:

    — Perché sei ancora qui?

    — Mi sento bloccato — rispose l’allievo — è come se non riuscissi né ad andare avanti né a tornare indietro.

    Il maestro lo guardò e disse:

    — Perché se vai avanti non ti senti all’altezza, e se torni indietro ti senti frustrato. Aspetti che qualcuno ti dica “bravo” e cosa devi fare.

    Colpito nel segno, l’allievo rimase in silenzio.

    — Va’. Guarda tu dove devi andare — concluse il maestro.

    Scoraggiato, l’allievo si alzò e tornò indietro. Per un po’ non pensò alle parole del maestro. Si mise semplicemente a osservare le persone che passavano.

    Poi, a un certo punto, qualcosa dentro di lui si accese.

    “Voglio andare avanti — pensò — a prescindere da quello che pensa la gente.
    A prescindere dal giudizio su ciò che faccio e su come lo faccio.
    Voglio andare avanti nonostante le mie insicurezze.
    Non devo dimostrare di essere il più bravo: devo solo trasmettere ciò che sono oggi, per come sono oggi.”

    Si alzò e tornò dal maestro, raccontandogli tutto ciò che era emerso.

    — Davvero? — chiese il maestro.

    — Sì.

    — Allora chiudi gli occhi e sentilo.

    L’allievo chiuse gli occhi, fece qualche respiro e iniziò di nuovo a parlare, a spiegare, a giustificarsi.

    Il maestro lo interruppe:

    — Quanto parli. Ti ho detto di stare zitto e sentire.

    L’allievo richiuse gli occhi, respirò. Dopo un po’ fece per alzarsi e andare avanti.

    Il maestro lo afferrò per un braccio:

    — Dove vuoi andare? Non sei ancora pronto.

    Fiducioso delle parole del maestro, l’allievo si risedette. Continuò a respirare, percependo sempre di più il proprio valore, senza doverlo dimostrare.

    Dopo un po’ si rialzò di nuovo, questa volta con una forza che non proveniva dalla mente né dai pensieri, ma da qualcosa di più profondo.
    Una saggezza che nasceva dal silenzio, dal contatto con il corpo, dallo spogliarsi di tutte le storie che si raccontava.

    A quel punto non aveva più bisogno del permesso del maestro.

    Si alzò
    e andò avanti
    in un modo che non avrebbe mai immaginato.


    Conclusione

    Forse il maestro non serve a dirci dove andare.
    Forse serve solo a farci sentire quando è il momento di smettere di chiedere.

    Andare avanti non significa essere pronti, sicuri o senza paura.
    Significa ascoltare qualcosa di più profondo dei pensieri: il corpo, il sentire, una saggezza silenziosa che non chiede approvazione.

    Quando smettiamo di aspettare il permesso, scopriamo che il passo successivo era già lì.
    Stavamo solo imparando ad ascoltarlo.

    In quale momento della tua vita ti sei sentito come l’allievo?

  • Rituali di presenza

    Piccoli gesti per nutrire corpo, mente e spirito


    🌸 Prefazione personale

    Per anni ho iniziato le mie giornate di corsa, saltando la colazione e sentendomi già sopraffatta di prima mattina prima ancora di uscire di casa.

    Era come svegliarsi già in ritardo e con il fiato corto, con il corpo ancora assonnato e la mente già in corsa. Mi sentivo trascinata dagli impegni.

    Poi ho scoperto il potere di avere una routine al momento del risveglio. Non servono ore di meditazione o pratiche complicate: bastano pochi minuti di presenza per cambiare il modo in cui vivi tutto il giorno.

    Queste pratiche sono nate così: da un bisogno reale di riconnessione e da un desiderio di semplicità.

    Oggi, anche quando mi concedo un pò di riposo in più, inizio la giornata con intenzione, assaporando il giorno che inizia, il corpo che si sveglia e la mente che si attiva.

    Sono gesti piccoli, ma profondi, che ti aiutano a iniziare la giornata con energia, chiarezza e dolcezza.

    Ecco le cinque pratiche che hanno trasformato le mie mattine e che possono trasformare anche le tue.

    Puoi sceglierne una diversa ogni giorno, oppure restare su quella che senti più tua in questo momento. Puoi anche scegliere il momento della giornata più adatto a te per ogni pratica.

    Non c’è un modo giusto: ascolta il corpo, osserva come cambia il tuo stato d’animo e lascia che la tua routine si costruisca con naturalezza.

    Questi rituali non servono a “fare di più”, ma per essere più presente a ciò che già c’è.

    🌿 1. Movimento – Risveglia il corpo, risveglia la vita

    Il corpo è la prima porta verso la presenza.

    Al mattino, muoverlo con intenzione significa riaccendere la connessione tra dentro e fuori.

    Come praticare:

    Dedica qualche minuto a stiracchiarti, ruotare le spalle, allungare le braccia verso il cielo.

    Scegli movimenti dolci o dinamici, a seconda di ciò che senti.

    👉 Sul mio Instagram @mary.soul.mindfulness trovi ad esempio il Saluto al Sole.

    Perché funziona:

    Il movimento scioglie la rigidità del sonno, ossigena il cervello e riporta vitalità.

    Non è esercizio fisico, è un atto di risveglio.

    Invito:

    Oggi, prima della colazione, prenditi 3 minuti per muoverti con presenza.

    Nota come cambia la tua energia dopo.

    🍃 2. Contatto con la natura – Riconnettiti alle tue radici

    Ogni mattina, la natura si risveglia con noi: il cielo cambia colore, l’aria si muove, la luce si espande.

    Concediti di essere parte di questo ritmo.

    Come praticare:

    Apri la finestra e lascia entrare l’aria del mattino.

    Osserva il cielo, ascolta i suoni naturali, guarda le piante, gli uccelli, la luce.

    Se puoi, cammina a piedi nudi sull’erba o sulla terra.

    Perché funziona:

    Il contatto con la natura regola il sistema nervoso, calma la mente e ti ancora al presente.

    È un linguaggio silenzioso che ti ricorda chi sei.

    Invito:

    Domani mattina, esci per un minuto in silenzio.

    Senti l’aria sulla pelle, osserva senza giudicare, e ringrazia per un dettaglio che spesso non noti.

    🖊️ 3. Scrittura – Fai spazio nella mente

    Scrivere al mattino è come aprire una finestra dentro di te.

    Ciò che tieni dentro, prende forma e smette di pesare.

    Come praticare:

    Tieni un quaderno sul comodino.

    Appena sveglia, scrivi per 5 minuti qualsiasi cosa ti venga in mente: pensieri, emozioni, sogni, paure, gratitudini.

    Non serve rileggere: lascia fluire.

    Perché funziona:

    La scrittura libera spazio mentale, favorisce chiarezza e stimola intuizioni.

    Trasforma il disordine interiore in presenza consapevole.

    Invito:

    Oggi scrivi 3 cose per cui ti senti grata.

    Nota come cambia la tua prospettiva sul resto della giornata.

    📚 4. Lettura – Nutri la mente di luce

    Le prime parole che leggi al mattino hanno un potere enorme:

    possono influenzare il tuo pensiero, il tuo umore e la qualità della tua giornata.

    Come praticare:

    Leggi poche pagine di un libro che ispira, di un testo spirituale o di un romanzo che apre il cuore.

    Scegli qualcosa che ti eleva, non che ti sovraccarica.

    Perché funziona:

    La lettura mattutina attiva la concentrazione e stimola la mente a pensare in modo più lucido e creativo.

    Invito:

    Domani, invece di scrollare il telefono, leggi due pagine di qualcosa che ti nutre.

    Annota una frase che vuoi portare con te durante la giornata.

    🧘‍♀️ 5. Meditazione – Inizia da dentro

    Sederti in silenzio è un atto di amore verso te stessa.

    La meditazione non è “smettere di pensare”, ma imparare a restare con ciò che c’è.

    Come praticare:

    Trova una posizione comoda.

    Chiudi gli occhi, porta attenzione al respiro e formula un’intenzione gentile per la giornata (“Oggi scelgo la calma”, “Oggi accolgo ciò che arriva”), ad ogni respiro sentila espandersi dentro di te.

    Perché funziona:

    Ogni respiro consapevole rallenta il ritmo interno e apre spazio alla lucidità e alla fiducia.

    È un modo per tornare al centro, prima che il mondo ti travolga.

    Invito:

    Stasera prepara il tuo spazio di meditazione.

    Domani mattina siediti per tre minuti in silenzio e lascia che la giornata nasca da lì.

    La tua routine

    Non serve fare tutto.

    Inizia da una sola pratica e osserva come cambia il tuo modo di affrontare la giornata.

    Puoi alternarle, combinarle, adattarle: la routine più potente è quella che rispetta il tuo ritmo naturale.

    Checklist mindful:

    ☐ Domani scelgo una pratica da provare

    ☐ Noto come mi sento dopo

    ☐ Porto questa energia con me nel resto della giornata

    🌺 Conclusione

    Ogni mattina è una nuova occasione per ricominciare.

    Il modo in cui ti svegli determina il modo in cui ti vivi.

    Non serve fare tutto alla perfezione: basta un gesto consapevole per ricordarti che sei viva, presente, intera.

    Con presenza e gratitudine,

    Maria 🌸

    🌼 Condividi la tua esperienza

    👉 Se vuoi, condividi la tua esperienza e taggami su Instagram: @mary.soul.mindfulness

    Sarà un piacere leggerti e condividere la tua ispirazione con la community.

  • Tornare al corpo: il senso profondo di ascoltare i cinque sensi

    Tornare al corpo: il senso profondo di ascoltare i cinque sensi

    L’altra sera, durante una sessione di mindfulness in cui stavamo esplorando i cinque sensi, un cliente mi ha chiesto:
    “Qual è lo scopo di questo esercizio?”

    È una domanda più che legittima, quasi inevitabile.
    Le persone hanno bisogno di capire con la testa – nel senso di razionalizzare – tutto ciò che accade. È un riflesso naturale: la mente cerca sempre di dare un nome, una spiegazione, una logica a ogni esperienza.

    A livello scientifico, questo fenomeno è chiamato mind-wandering: la tendenza della mente a vagare nel tentativo di spiegare, controllare e anticipare ciò che viviamo. Gli studi più recenti mostrano che questo continuo “pensare altrove” è associato a una minore qualità di presenza e, spesso, a un senso di insoddisfazione diffusa.

    La testa che vuole sapere

    Viviamo immersi in una cultura che misura tutto in termini di risultato: a ogni azione deve corrispondere un beneficio tangibile.
    Anche quando pratichiamo mindfulness, spesso ci chiediamo se “funziona”, se “stiamo facendo bene”, o se “stiamo migliorando”.

    Eppure, la pratica della presenza non nasce per ottenere qualcosa, ma per ritrovare il contatto con ciò che già c’è.
    Non per aggiungere, ma per togliere: togliere l’eccesso di controllo, di spiegazioni, di aspettative.

    Tutto deve essere ricondotto agli schemi mentali già noti, al conosciuto.
    E così, senza accorgercene, ci allontaniamo dall’esperienza diretta. Subentra la testa — con il suo bisogno di capire — e insieme a lei arriva il giudizio:
    “Perché sto facendo questo?”
    “Che senso ha restare a sentire il respiro?”

    Il corpo come via di ritorno

    La risposta, in realtà, è molto semplice: lo scopo è connettersi con il corpo e con le sue sensazioni.
    È un processo centrale in molte pratiche di mindfulness somatica, come il Body Scan o il Mindful Movement, dove il corpo diventa il punto d’accesso all’esperienza presente.

    Quando torniamo al corpo, torniamo a casa.
    Il corpo non mente, non anticipa, non rimugina: vive nel momento.
    Attraverso i sensi – il contatto, i suoni, gli odori, i colori, il gusto – possiamo sperimentare la realtà per come è, non per come la pensiamo.

    È qualcosa che abbiamo disimparato a fare, perché diamo per scontate le percezioni sensoriali.
    Solo quando ci fermiamo davvero, ci accorgiamo che il mondo è molto più ricco di sfumature di quanto credessimo: il suono lontano di un treno, la temperatura dell’aria sulla pelle, il ritmo del respiro che cambia impercettibilmente.

    Eppure, è proprio il corpo che ci parla quando impariamo ad ascoltarlo davvero.

    Il controllo come illusione di sicurezza

    Non accade per mancanza di volontà, ma perché siamo abituati a controllare, sapere, prevedere.
    È una forma di difesa che la mente ha costruito per sentirsi al sicuro. Ma ogni volta che proviamo a controllare tutto, tagliamo fuori una parte dell’esperienza: la spontaneità, la curiosità, l’apertura.

    Le neuroscienze oggi confermano che attraverso la neuroplasticità possiamo “disimparare” questi automatismi.
    Ogni volta che scegliamo di restare presenti – invece di reagire in automatico – stiamo letteralmente rimodellando il cervello.
    La mindfulness, in questo senso, non è una pratica mistica, ma un allenamento all’elasticità percettiva: un invito a uscire dai solchi mentali e a vedere di nuovo.

    Disimparare per sentire

    È un’abitudine profonda, quella del controllo.
    E disimparare questa abitudine è il primo passo verso la libertà interiore.
    Significa concederci di stare con ciò che sentiamo, senza volerlo cambiare o capire subito.

    Molte persone non riescono più a sentire, non perché non vogliano, ma perché vivono nella gabbia del già noto.
    Non è disinteresse o superficialità: è una forma di condizionamento mentale, una strategia di sopravvivenza che ci ha protetto per anni, ma che oggi spesso ci limita più di quanto ci difenda.

    Quando impariamo ad ascoltare il corpo, iniziamo anche a riaccogliere parti di noi che avevamo escluso: la vulnerabilità, l’intuizione, la sensibilità.
    E lì, nel silenzio tra un respiro e l’altro, scopriamo che la consapevolezza non è un atto di controllo, ma un atto di fiducia.

    Un piccolo invito pratico

    Prova oggi, per qualche minuto, a sederti in silenzio e semplicemente sentire.
    Senza cambiare nulla, senza cercare di rilassarti o “fare bene”.
    Ascolta i suoni, nota il peso del corpo sulla sedia, percepisci il ritmo del respiro.

    Non devi arrivare da nessuna parte.
    Devi solo essere qui, ora, con ciò che c’è.

    Con il tempo, questo semplice atto di presenza diventa un ponte: tra mente e corpo, tra pensiero e sensazione, tra chi crediamo di essere e chi siamo davvero.

    E forse, proprio lì, nel momento in cui smettiamo di cercare uno scopo, scopriamo che lo scopo era esserci.

  • Il critico e il giudice interiore

    Il critico e il giudice interiore

    Puntualmente, ogni volta che cerchiamo di affrontare una nuova sfida o di fare qualcosa che esce dalla solita routine o zona di comfort, arriva una vocina che mette in discussione la nostra decisione.
    Lancia mille alert: sminuisce il nostro valore, ci fa sentire inadeguati, ci convince che non siamo pronti o che non ne valga la pena.


    Magari ci paragona agli altri — che, ovviamente, sembrano sempre migliori.

    Ecco che è entrato in scena il critico interiore.

    Dall’altra parte, ogni volta che in un’altra persona notiamo proprio quegli aspetti che il nostro critico ha cercato di reprimere in noi — spontaneità, leggerezza, sicurezza, libertà ecc..— ecco che si fa sentire il giudice.
    Dentro di noi parte un pensiero come: “Ma guarda che presuntuoso…”, “Che superficialità…”.
    Sembra che ci stia difendendo, ma in realtà sta solo cercando di proteggerci dal dolore di sentire ciò che in noi è rimasto nascosto o non espresso.

    Il critico ci punta il dito contro, il giudice lo punta verso l’esterno.
    Due voci diverse, stesso intento: proteggerci da qualcosa che una volta ci ha fatto male.
    Ma se non impariamo a riconoscerli, finiranno per limitarci, tenendoci lontani dalla nostra autenticità.

    Quando notiamo che dietro una nostra idea o desiderio c’è una parte che mette in atto tutte le resistenze possibili, possiamo fermarci a chiederci:

    👉🏻 Da cosa vuole proteggermi questa vocina che mette tutto in dubbio?

    👉🏻 Quale parte di me sta cercando di tenere nascosta per paura di qualcosa?

    E quando invece ci accorgiamo di giudicare le scelte o le azioni degli altri, possiamo domandarci:

    👉🏻 Quale parte di me non espressa sta mostrando questa persona?

    👉🏻 Ciò che sta proteggendo o nascondendo appartiene forse ai miei bisogni, valori o desideri?

    Imparare a riconoscere il critico e il giudice, ascoltare il messaggio nascosto dietro le loro voci, e tornare in contatto con i nostri valori e bisogni più autentici, ci aiuta a vivere più allineati, liberi dai sensi di colpa e dal bisogno di giudicare.

    Quando smettiamo di identificarci con queste due parti, iniziamo finalmente ad ascoltare ciò che cercano di difendere: la nostra vulnerabilità, la nostra verità.
    Ed è proprio lì che nasce la libertà.


    ✨ Domanda per te:
    Riesci a riconoscere quando è il critico o il giudice a parlare dentro di te?