Il permesso di andare avanti

Ci sono momenti nella vita in cui ci sentiamo fermi.
Non perché non sappiamo cosa fare, ma perché aspettiamo un segnale, un permesso, qualcuno che ci dica che siamo pronti.

Aspettiamo una conferma dall’esterno mentre, dentro, qualcosa spinge per andare avanti.
Questa storia parla proprio di quel punto sottile e spesso invisibile in cui restiamo bloccati: tra il desiderio di crescere e la paura di non essere abbastanza.


La storia

Un allievo si presentò davanti al suo maestro.
Il maestro lo guardò e gli chiese:

— Cosa ti blocca?

— Non lo so — rispose l’allievo.

— Cosa ti serve sapere?

— Se posso andare avanti oppure no.

Il maestro disse semplicemente:

— Muoviti.

L’allievo rimase fermo. Aspettava una risposta più chiara, un’indicazione, un consiglio. Non fece nulla.

— Cosa fai ancora qui? Vai, vai — insistette il maestro.

Confuso, l’allievo non si mosse. Si aspettava di essere rimandato indietro con delle istruzioni precise o, almeno, di ricevere un incoraggiamento. Rimase lì, in silenzio.

Dopo un po’, quasi spazientito, il maestro disse:

— Perché sei ancora qui?

— Mi sento bloccato — rispose l’allievo — è come se non riuscissi né ad andare avanti né a tornare indietro.

Il maestro lo guardò e disse:

— Perché se vai avanti non ti senti all’altezza, e se torni indietro ti senti frustrato. Aspetti che qualcuno ti dica “bravo” e cosa devi fare.

Colpito nel segno, l’allievo rimase in silenzio.

— Va’. Guarda tu dove devi andare — concluse il maestro.

Scoraggiato, l’allievo si alzò e tornò indietro. Per un po’ non pensò alle parole del maestro. Si mise semplicemente a osservare le persone che passavano.

Poi, a un certo punto, qualcosa dentro di lui si accese.

“Voglio andare avanti — pensò — a prescindere da quello che pensa la gente.
A prescindere dal giudizio su ciò che faccio e su come lo faccio.
Voglio andare avanti nonostante le mie insicurezze.
Non devo dimostrare di essere il più bravo: devo solo trasmettere ciò che sono oggi, per come sono oggi.”

Si alzò e tornò dal maestro, raccontandogli tutto ciò che era emerso.

— Davvero? — chiese il maestro.

— Sì.

— Allora chiudi gli occhi e sentilo.

L’allievo chiuse gli occhi, fece qualche respiro e iniziò di nuovo a parlare, a spiegare, a giustificarsi.

Il maestro lo interruppe:

— Quanto parli. Ti ho detto di stare zitto e sentire.

L’allievo richiuse gli occhi, respirò. Dopo un po’ fece per alzarsi e andare avanti.

Il maestro lo afferrò per un braccio:

— Dove vuoi andare? Non sei ancora pronto.

Fiducioso delle parole del maestro, l’allievo si risedette. Continuò a respirare, percependo sempre di più il proprio valore, senza doverlo dimostrare.

Dopo un po’ si rialzò di nuovo, questa volta con una forza che non proveniva dalla mente né dai pensieri, ma da qualcosa di più profondo.
Una saggezza che nasceva dal silenzio, dal contatto con il corpo, dallo spogliarsi di tutte le storie che si raccontava.

A quel punto non aveva più bisogno del permesso del maestro.

Si alzò
e andò avanti
in un modo che non avrebbe mai immaginato.


Conclusione

Forse il maestro non serve a dirci dove andare.
Forse serve solo a farci sentire quando è il momento di smettere di chiedere.

Andare avanti non significa essere pronti, sicuri o senza paura.
Significa ascoltare qualcosa di più profondo dei pensieri: il corpo, il sentire, una saggezza silenziosa che non chiede approvazione.

Quando smettiamo di aspettare il permesso, scopriamo che il passo successivo era già lì.
Stavamo solo imparando ad ascoltarlo.

In quale momento della tua vita ti sei sentito come l’allievo?

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