Quando smettiamo di ascoltarci senza accorgercene.
La forza dell’abitudine può essere una grande alleata. Ci aiuta a portare avanti gli impegni che abbiamo preso e a prendere confidenza con situazioni nuove che, poco alla volta, diventano parte della nostra quotidianità.
Ma, proprio perché è così potente, può avere anche un prezzo.
Può portarci a sopportare situazioni che non ci fanno bene e, lentamente, metter a tacere ciò che sentiamo. Fino a non riconoscere più cosa ci fa stare bene e cosa ci fa stare male, cosa desideriamo davvero, cosa riteniamo giusto, cosa vorremmo dire o fare, cosa ci piace.
Tutto questo rimane compresso, spesso inconsapevole, dentro di noi, mentre all’esterno sembra che vada tutto bene.
E poi, un giorno, qualcosa si affaccia. Un’inquietudine, un malessere, un vuoto. Qualcosa che facciamo fatica perfino a nominare, perché per troppo tempo non gli abbiamo dato ascolto.
Ci abituiamo a dire sì quando vorremmo dire no.
Ci abituiamo a trattenere una parola per evitare un conflitto.
Ci abituiamo a mettere i nostri bisogni dopo quelli degli altri.
Ci abituiamo a una vita che, giorno dopo giorno, diventa normale anche quando non ci somiglia più.
Vivere in un equilibrio perfetto è impossibile. Possiamo però coltivare un’abitudine che ci aiuti a non perderci: fermarci, ascoltarci, dare un nome a ciò che proviamo, riconoscere come stiamo, e chiederci se la vita che stiamo vivendo ci rispecchi ancora.
Anche questo è un allenamento.
Un’abitudine che ci permette di vivere con maggiore coerenza verso noi stessi, con più consapevolezza, dando valore e dignità alla nostra vita anche nelle situazioni che non possiamo cambiare, perché possiamo sempre scegliere il modo in cui ci prendiamo cura di noi mentre le attraversiamo.

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